14 novembre 2009

INTERVISTA A DEMETRIO PAOLIN



Il mio nome è Legione è un libro “fastidioso”, incentrato sulla tematica del male come fonte di grazia. Nello scriverlo, avrai dovuto osservare e affrontare le inquietudini umane, i lati oscuri tuoi e degli altri, le bassezze più ignobili che sembrano essere appannaggio di chi è evidentemente brutale, ma estranee ai cosiddetti animi candidi. Come ha avuto inizio il tuo volgere lo sguardo verso tutto questo? E da quale momento lo sguardo si è fatto scrittura?
L’evento che ha scatenato Il mio nome è Legione è il suicidio di un ragazzino di 11 anni avvenuto nei primi anni ‘90 nel mio paese. Quella morte, così strana senza un ragionevole motivo neppure apparente, mi ha colpito e mi ha portato a riflettere meglio su quel mistero scandaloso che è il male. In questi anni, mentre andavo ragionando sul romanzo, ho immaginato il male come una sorta di strato di polvere infrasottile che stava dentro ognuno, sopra ognuno, che copriva ogni cosa. Il male diventava veramente qualcosa di “panico”, che riguardava tutta la natura, i sassi, le rogge dei fossi, le piante e le persone. Era componente costitutiva del mondo e del suo esserci.Ho guardato queste cose e ho provato a dirle senza infingimenti, ma semplicemente. Forse questa scelta retorica, cioè di stile, ha reso il libro “fastidioso” e in alcuni casi sgradevole. Io non volevo ammiccare o fare l’occhiolino al lettore, al critico o al giornalista ma dire quello che con sgomento in questi anni avevo sentito e esperito su di me.L’idea poi che il male sia fonte di grazia è legata strettamente alle Scritture…se Lazzaro non fosse morto e non fosse stato deposto nel sepolcro da tre giorni, quale valenza di salvezza, di violenta salvezza, avrebbe avuto il gesto di Cristo? Se non ci fosse il male come potremmo amare, quali atti di amore potremmo compiere? Ripeto la domanda del libro, a cui nessuno ha dato risposta: come posso amare qualcosa che è già salvo?
La deriva psicologica che narri è intervallata spesso dal male sociale, e finanche “politico”. Tra le righe del tuo romanzo, interviene in più di un’occasione la memoria collettiva a “tappare i buchi” di quella più personale. Che significato ha avuto, per te autore, scegliere di incastrare tra loro questi due piani così complessi?
Nel libro esistono alcuni personaggi pubblici come Renato Curcio, Moamed Atta e la ragazza. Tutti questi personaggi sono come delle figure che non rappresentano solo se stessi, ma possiedono una sorta di sovrasenso che può essere così riassunto: quanto di bene c’è nel male che uno compie. Questi tre personaggi hanno, in maniera diversa, ucciso, fatto uccidere e compiuto stragi tremende, e io penso che nessuno di loro tre, in modi diversi, quasi incomprensibili, pensasse di fare del “male” o di compiere del “male”, ma anzi agisse per un bene superiore. Credo anche che la deriva del personaggio sia certamente psicologica, ma anche storica e sociale. Demetrio è figlio dell’Italia che ha vissuto il terrorismo, dell’Italia che si domanda esterrefatta come possano succedere vicende come quella di Novi Ligure. Quando Demetrio imputa la colpa della sua esistenza a Renato Curcio, credo che voglia proprio sostenere questo: il suo essere un animale sociale.
E’ corretto affermare che Il Pasto grigio, tuo precedente romanzo, ha fatto da terreno preparatorio a Il mio nome è Legione?
Il pasto grigio è un piccolo romanzo a cui io sono legato in maniera particolare. Ha rappresentato per me la prima volta. La prima volta che ho preso la parola in pubblico e ho deciso di farmi pubblicare. Matteo, il personaggio del romanzo, ha qualcosa di Demetrio, in particolare la spietatezza con cui osserva i corpi altrui. Quella furia anatomica, una furia calma e mai sopra le righe, è la stessa che ho voluto che avesse Demetrio nell’osservare sé e gli altri. C’è poi anche un discorso legato alla lingua. Con Il pasto grigio ho incominciato ad affinare l’idea di una scrittura che non fosse in sé bella, ma che fosse a servizio delle cose che volevo dire e che risultasse bella soltanto perché vera. E’ una idea che mi sono fatto leggendo le lettere di Paolo, dove la vertigine e la bellezza del testo non derivano tanto dalla sua capacità come scrittore, ma dal piegare la lingua alle sue idee a quello che vuole comunicare.
Sei distante da qualunque “cancellazione del tragico”, una condizione letteraria – non solo letteraria- che hai indagato nel tuo saggio Tragedia negata, in cui offrivi una passerella critica dei romanzi, dei racconti e delle inchieste che avevano raccontato gli anni di piombo…
La cancellazione del tragico porterebbe le storie che raccontiamo a una sorta di “non senso”. Le svuoterebbe, le svilirebbe. Io il tragico lo vedo come una possibilità che noi diamo ai nostri romanzi, alle storie che coviamo per anni, affinché diventino veramente universali. Ho cercato di fare questo con Il mio nome è Legione, affinchè l’esperienza di Demetrio trentenne non venisse recepita come il solito romanzo generazionale, ma acquistasse un significato più profondo e reale.
Recentemente hai curato un’intensa postfazione in forma di appunti per il libro Corpo morto e corpo vivo di Giulio Mozzi, in cui scrivi, tra l’altro, della pericolosità del “sentimento istantaneo” e dell’ “indignazione a comando” nei confronti di vicende di pubblico dominio…
Il libro di Giulio su Eluana Englaro è uno dei libri più importanti e belli che io abbia letto. Il fatto di averne potuto scrivere una postfazione mi rende orgoglioso. Quello che tu noti è vero, nel mio intervento, dal titolo Il corpo e il rito, cerco di analizzare anche le forme della nostra indignazione. Mi pare che, volenti o nolenti, tutti siano molto simili al nemico che vogliono combattere. Non vedo differenza, insomma, tra chi si indignava perché la povera Eluana doveva essere lasciata in vita o chi si indignava perché venisse concessa al padre la libertà di scegliere per lei. Entrambi gli schieramenti erano da una parte o dall’altra per partito “politico” preso. Nessuno in realtà è andato nel profondo di questa vicenda, nessuno ha guardato lo scandalo che apriva nella coscienza di ognuno. Non a caso, finito il can can mediatico, tutto è tornato come prima. Questo è un libro importante anche per il periodo in cui è stato scritto. Giulio l’ha scritto in un mese, ad agosto, e io ho scritto la mia postfazione in una settimana, sempre in agosto. Questo significa che è un libro scritto in “vacanza”, nel vuoto, quando nessuno più pensava ad Eluana e alla sua vicenda.
Cosa ha significato, per te che sei padre di una bimba, ripercorrere la vicenda di Eluana e Beppino Englaro?
E’ stata molto dura. C’era un disagio forte in me, che contrariamente agli altri mi spingeva a tacere e a non riuscire a scrivere niente di preciso.Ho cercato di capire questo malessere mio e comprendevo che era legato al fatto che io avevo una figlia e stavo scrivendo non solo di un caso politico, ma del delicato rapporto che si instaura tra padre e figlia. Capivo che avevo una responsabilità rispetto a quello che andavo scrivendo, perché era qualcosa che metteva in gioco il mio affetto più profondo. Il mio amore più grande, quello per mia figlia.
Il mio nome è Legione ti sta portando in giro per il Nord Italia, e in più a novembre sarai a Varsavia per un intervento all’Università. Mi racconti qualcosa in proposito a questi spostamenti?
Sì. A Varsavia interverrò all’interno di un convegno sulla letteratura italiana e le sue ultime tendenze. Parlerò di alcuni romanzi usciti tra il 2008 e il 2009, che mi sono molto piaciuti, e che io ho visto legati perché hanno messo sulla pagina un “discorso sul corpo”. Il titolo provvisorio del saggio è Corpo e male. Sempre a novembre, sarò a Verona, Padova, Milano, Torino e Perugia...sono contento di poter presentare il mio libro alle persone. Io scrivo per questo motivo, per poter vedere loro. Scrivo per mettermi davanti a loro. Dopo averle turbate, commosse o schifate, sono lì per loro e sono pronto a discutere, a mettermi in gioco. Suona sempre strano, poi, quando alla fine delle presentazioni qualcuno viene e mi chiede di firmare il libro e mi dice che il racconto gli ha cambiato la vita, gli ha fatto capire una cosa, l’ha fatto pensare. E’ un momento molto bello, che spesso ancora mi imbarazza.

LIBERTaRIA di Marco Rovelli

Sedici tracce indocili e riottose, narrate in forma di fumetto d’autore in un libretto interno altrettanto disobbediente. Ognuna è un punto di resistenza, un respiro di inquietudine, ma soprattutto una memoria fatta ad arte, distante da qualunque passato canonizzato e lontana dalla rabbia inibita della nostra contemporaneità. La ricerca di Marco Rovelli e dei suoi compagni di progetto, recupera eventi della storia più incollerita, dalla Comune di Parigi- autentico tentativo di smantellamento dello stato nonché prefigurazione della società liberata- a Genova 2001 e alla mattanza che fu, passando per la rivolta delle nazioni indiane già narrata dai Wu Ming nel romanzo Manituana. Di tutti gli avvenimenti, Marco Rovelli e i suoi fanno battiti da ballata sgarbata, con la presenza costante di note armate e “corpi in guerra”, accalorati dalla ferocia dei giusti per rianimare ora la realtà della rivoluzione, ora l’esercizio della strada, ora la pratica della dignità. Ma c’è spazio anche per modulazioni più intimiste e contenuti personali - pur sempre attraversati da un sentimento collettivo, ché niente è solo interiore a questo mondo-, e infine per la ripresa dei temi affrontati dal Marco Rovelli scrittore, che nei due brani Il dio dei denari e Il campo ripropone le esistenze sacrificate ai processi di produzione, e quelle consegnate ai luoghi di pena destinati ai migranti. Per un cd d’ascolto combattente che è soprattutto prassi poetica e politica dell’incontro, con i vari Daniele Sepe, Maurizio Maggiani, Wu Ming 2, Erri De Luca, Roberto Saviano, Yo Yo Mundi, Otto Gabos - per citarne solo alcuni- a fare più che capolino, in grafiche e scritture e pentagrammi, tra un atto d’amore e una testimonianza d’eresia. Il tutto, richiamando in vita quella possibilità di movimento trasformativo oggi poco desto, e misurando ciò che è stato osato nell’attesa ansiosa che venga osato ancora.

SERVI di Marco Rovelli ( Feltrinelli)


L’ultimo agghiacciante reportage narrativo di Marco Rovelli svela il sottoproletariato contemporaneo, composto dai tanti individui clandestini che in Italia - non solo in Italia – sono ridotti a s/oggetti di fastidio, e nello stesso tempo a fattori di ricchezza. Ad uso e consumo di pregiudizi insostenibili e infiniti maltrattamenti, la loro invisibilità è adoperata al fine di fabbricare dispositivi da “negazione del diritto”, e meccanismi utili alla logica del “razzismo culturale”. Nella cosiddetta “irregolarità”, di fatto si annidano ingranaggi stritolanti la dignità umana, che producono una classe di lavoratori impercettibili ma esistenti, la cui inosservabilità accresce e rafforza un’economia italico/globale fondata sugli abusati dall’attuale capitalismo. Per dare voce ai nuovi dannati della produzione, Marco Rovelli anche stavolta va oltre ciò che ci è dato di vedere, e aguzza lo sguardo tra le maglie strette del sistema, allertando la capacità critica, scatenando l’opposizione della penna, e raccogliendo le tante storie che abitano la quotidianità di una “potenza totalitaria”- il lavoro scorretto - drammatica e non riconosciuta, che non contempla garanzie ed attua solo prevaricazioni. E lo fa componendo un diario brutale, a tratti quasi importuno, che registra la condizione dei tanti corpi adoperati dalle strategie del mercato, poco evidenziata dall’informazione e più che trascurata – chissà perché - dalla politica. Oltre che all’inchiesta, però, Marco Rovelli apre le pagine soprattutto alla riflessione sensibile, esplorando il senso puro del sommerso, il significato autentico della clandestinità, e il loro essere laboratori più che attivi di paranoie fobiche utili a diffondere insicurezza collettiva. Costringendo il lettore a volgere un occhio critico anche ai nuovi modi del lavoro regolare, flessibile ed atipico, e a porsi domande inquietanti sulle ripercussioni delle forme attuali dell’occupazione sul piano della comunità, sempre più determinata, nonostante le coperture liberali, da processi repressivi e metodi autoritari.